Mr Nobody against Putin
di Pavel Talankin, David Borenstein
90', 2025, Documentario, Russia
Campo lungo di un’aula vuota.
Dove prima circolavano studenti e idee e l’aria era carica di musica, ora silenzio, scaffali vuoti, rimasugli di carta, una finestra semiaperta.
“Mi piace aprire la finestra e far entrare aria fresca”, dice parlando da solo alla telecamera il Mr Nobody della cittadina di Karabas, negli Urali, 10.000 abitanti, la più inquinata del mondo ‘per come la vedono gli altri’.
Non la vede così Pavel Talankin, 33enne insegnante, che in questa città è nato e ha vissuto attorno alla scuola che per lui è diventata famiglia, dove la bibliotecaria è sua madre, che ripara pazientemente i libri sciupati.

Un’opera scandita in tre tempi e con toni molto diversi tra loro: c’è il pre operazione speciale dove conosciamo Pavel e il suo carisma, le feste, l’aula dove al volto di Putin è sostituito quello di Emma Watson e la bandiera istituzionale è quella dei dissidenti.
Ma tutto inizia gradualmente a trasformarsi - proprio come in Harry Potter nell’era Umbridge - con l’inizio delle nuove regole per l’operazione patriottica dove insegnanti impacciate leggono proclami sulla guerra, professori del regime inneggiano discorsi infarciti di assurdità e le feste sono quelle di addio ai ragazzi che si arruolano.
Pavel è il videomaker della scuola e quando capisce che questi discorsi è costretto a filmarli, decide di dare le dimissioni per non essere una pedina nelle mani del potere, ma poi capisce quanto è preziosa una telecamera che non deve nemmeno essere nascosta. Userà quindi la costrizione come arma contro il regime, in una (s)copertura perfetta.

Un anno dopo l’inizio della guerra, il tono da scherzoso si fa totalmente cupo (i soldati seduti a mensa, gli alunni che perdono i parenti e gli ex studenti che si arruolano) e il nero cala sulla scena più straziante, che non si può filmare ma che ci lascia immaginare tutto anche senza immagini.
Significativamente a segnare questo passaggio d’anno sono i fiori che Pavel porta a sua madre per il compleanno. ‘Non le dico mai che le voglio bene ma faccio sempre questo gesto’.
Come la madre, la Russia è per Pavel una casa che alla fine è costretto a lasciare.
Con un’ironia molto simile a quella del suo collega documentarista Michael Moore, come lui amante e allo stesso tempo critico nei confronti del proprio Paese, il film si muove benissimo su tutti i registri senza mai perdere il ritmo. E incredibilmente ci parla da vicinissimo.
Non è un caso che durante il discorso della consegna dell’oscar il coregista inglese presenterà il film come un’opera che ci parla di come si perde il proprio Paese e che Pavel parlerà di bambini, di bombe e di futuro ma mai di Russia o Ucraina, confermandoci l’universalità di un documentario che da una cittadina quasi anonima parla al mondo intero.

Da Karabas a Los Angeles il film ritorna nella case di Karabas, dove continua a girare in modo clandestino - come ci racconta Andrea Segre, in veste di produttore del documentario per Zalab film - e dove forse verrà visto anche dai giovanissimi futuri studenti della scuola di Pavel.
E se quel mirino, in un fotogramma che sembra preso da un film di finzione di Michael Haneke, fosse invece l’obiettivo di una telecamera?

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