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Cinéma, c'est l'amour

2026-04-03 19:14

Tommaso Rubechini

Lungometraggi,

Cinéma, c'est l'amour

Nouvelle Vague - Articolo di Tommaso Rubechini 03 aprile 2026

Nouvelle Vague

di Richard Linklater

106', 2025, Commedia/Biografico/Drammatico, Francia

Francia, 1959. Alcuni giovani critici del Cahiers du Cinéma decidono di lasciare la penna per sedersi finalmente dietro la macchina da presa. Tra questi François Truffaut (Adrien Rouyard) che con il suo primo lungometraggio, I 400 colpi, ha sancito ufficialmente il manifesto del movimento che ha rivoluzionato il cinema francese – al titolo del nuovo film di di Richard Linklater – ricevendo un'accoglienza trionfale e vincendo il premio per la miglior regia al 12º Festival di Cannes. 

Sulla sua scia si muove l’amico e collega Jean-Luc Godard (Guillaume Marbeck), deciso a girare un film ispirato dalla vera storia di un piccolo criminale d’auto e dalla sua fidanzata americana. Nasce così Fino all’ultimo respiro, un'opera altrettanto dirompente, celebrata per la sua libertà formale, il tono quasi documentaristico e le iconiche interpretazioni di Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg

Un racconto che intreccia urgenza creativa e desiderio di rompere le regole, restituendo lo spirito di una generazione pronta a reinventare il cinema.

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Il film, diretto dall’americano Richard Linklater (la trilogia ‘Before’, Boyhood) è stato presentato alla première del Festival di Cannes 2025, dove è stato accolto con una standing ovation di ben 11 minuti. 

Con la scusa di raccontare la genesi e la costruzione di Fino all’ultimo respiro, seguendo il lavoro di Godard e di tutta la troupe, dentro e fuori dal set, Linklater ci regala l’ affresco poetico di uno dei periodi d’oro del cinema, ripreso attraverso un bianco e nero contrastato e dinamico, capace di restituire l’immediatezza e l’irrequietezza dello sguardo delle pellicole del periodo. Il “suo” Godard si distingue fin dalla prima scena dagli altri colleghi dei Cahiers. Appare più critico, a tratti respingente, con una faccia imperturbabile perennemente nascosta da spessi occhiali da sole. È un giovane prodigio, teso nella realizzazione di un film che possa scardinare le regole dettate fino a quel momento. Un cinefilo incallito, amante di Bogart e dei western di Samuel Fuller, che porta con sé la propria conoscenza del cinema come un’enciclopedia ambulante.

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Al contrario di altri film ambientati in un determinato periodo storico, dove si fanno apparire carrellate di celebri personaggi realmente esistiti, il taglio documentaristico di Linklater riesce a non rendere confusionario il loro ingresso in scena. I più importanti volti del cinema francese, e non solo, vengono sempre accompagnati dal proprio nome, che appare su schermo in sovrimpressione, togliendo subito ogni dubbio sulla loro identità. È impossibile, soprattutto per chi ama il cinema, rimanere impassibili quando sullo schermo si susseguono maestri come Roberto Rossellini, Claude Chabrol, Jacques Demy, Agnès Varda, Jean-Pierre Melville, Bresson e tutti gli altri al gran completo. 

 

Nel meticoloso lavoro di ricostruzione messo in piedi da Linklater, e dai due sceneggiatori Holly Gent e Vincent Palmo, nessuno viene lasciato indietro. Produttori, registi, montatori, critici, segretari di dizione, attori, fotografi, macchinisti, addetti alle luci, tutti sono meritevoli di un posto di rilievo nel mare della Nouvelle Vague perché è solo grazie a loro se questo movimento cinematografico ha assunto la forza necessaria per cambiare per sempre il mondo della Settima Arte.

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Stupisce anche l’incredibile somiglianza tra gli attori in scena e i personaggi da loro rappresentati, esito di un gigantesco lavoro di casting effettuato dallo stesso Linklater e da Stéphane Batut. La similitudine, soprattuto di Aubry Dullin e Joey Deutch, rispettivamente a Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg, è talvolta così forte che sembra che qualcuno abbia inserito nel montaggio delle vere scene dell'originale, convinto che nessuno se ne sarebbe accorto. Linklater decide di utilizzare le riprese dal backstage per completare l’esperienza del film, mostrando con una ricostruzione meticolosa le parti ‘nascoste’ del capolavoro. 

Geniale in questo senso la scelta di riprendere il clamoroso inseguimento finale in modo opposto rispetto all’originale, facendoci quindi vedere la schiena di Jean Seberg che rincorre il moribondo Belmondo, ripreso invece di fronte nella sua corsa strascicata.

 

Al termine della visione, che sembra giungere fin troppo in fretta, è assicurato che, siate voi profani o profondi conoscitori, vi getterete sui film della Nouvelle Vague per poterli assaggiare o riassaporare ancora e ancora.

 

 

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