Se solo potessi ti prenderei a calci
di Mary Bronstein
113', 2025, Thriller/Drammatico, USA
Linda è una psichiatra, madre di una bambina – con un problema grave di salute che la tiene attaccata a un macchinario – e con un marito capitano di lungo corso che un mese presenzia e un mese no.
Proprio in uno di questi ‘buchi’ di presenza il soffitto di una stanza del loro appartamento cade a pezzi, lasciando letteralmente un buco nel soffitto.
Come si gestisce tutto questo? Tra un marito assente ma onnipresente nelle critiche, operai che se ne vanno, parcheggi e pazienti difficili e la permanenza forzata in un motel fatiscente, non è facile. Ma ciò che è anche peggio è il costante hole (leggi anche all) – splaining di tutte le persone indirettamente coinvolte e in cui non c’è parvenza di solidarietà .Â
Nemmeno lo psichiatra collega di Linda, pur pagaton profumatamente, sembra disposto ad ascoltarla.

Ciascuno arroccato dietro il proprio punto di vista osserva e giudica secondo il proprio meschino interesse, lasciando attorno ‘al buco’ le incrostazioni di chi pontifica senza cognizione di causa. L’unica che guarderà direttamente dentro (senza caderci dentro) è lei, la candidata all’oscar Rose Byrne, su cui la camera stessa, sull’orlo di una crisi di nervi, si iperfocalizza, seguendone i movimenti e le non sempre controllate reazioni emotive.
La regista (anche attrice nel film) parte da un’esperienza personale e non fa sconti, in un A24 touch in cui il fattore (body)horror è tangente ma ficcante nelle poche sequenze coinvolte. Il cibo che non va giù e un titolo che è un cazzotto in faccia lasciano allo spettatore un groppo in gola che non abbandona dopo la visione del film.
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Non è un film su un crollo nervoso di una madre ma sul crollo nervoso di un’intera società che non sa prendersi cura di se stessa, e che faremo bene a non ignorare.

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